Brexit. Il Regno Unito esce dall'UE

27/09/2016

IL FATTO

“Brexit” (acronimo di “Britain Exit”) indica l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, come deciso dal 52% degli elettori britannici che hanno votato per il Leave, l’uscita, nel referendum del 23 giugno 2016.
Sulla votazione ha pesato soprattutto il problema dell’immigrazione. Nonostante la lunga tradizione britannica di accoglienza, nell’ultimo decennio il numero di nuovi arrivi è aumentato sensibilmente: oggi sono circa 300 000 gli stranieri che entrano ogni anno nel regno Unito, provenienti soprattutto dai Paesi orientali dell’Unione Europea (come la Polonia e la Romania). Ciò provoca tra molti elettori del Regno Unito il timore che il sistema del welfare britannico diventi insostenibile, colpendo quindi soprattutto gli anziani e e i ceti sociali meno benestanti.

I TEMPI

La procedura per abbandonare l’UE è regolata dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona (in precedenza non era prevista l’eventualità che un membro potesse uscire).
Bisognerà attendere che, su richiesta del Regno Unito, sia “attivato” l’articolo 50, anche se non è prevista alcuna scadenza di tempo tra l’esito del referendum e l’attivazione; da quel momento scatterà un negoziato che si dovrebbe concludere nel giro di due anni.
Nel frattempo, i britannici eletti al Parlamento Europeo diventeranno di fatto degli “osservatori” e il Paese ha già rinunciato alla presidenza di turno del Consiglio europeo nel secondo semestre del 2017 (toccherà all’Estonia). Tuttavia, il Regno Unito sarà ancora un membro a tutti gli effetti dell’UE: potrà partecipare alla vita delle istituzioni europee e votare (salvo per quanto riguarda le decisioni che lo riguardano); dovrà osservare i trattati firmati con l’UE e le sue direttive, che riguardano aspetti vitali dell’economia e della vita sociale: dall’energia al mercato interno ai servizi finanziari.
Al termine dei negoziati, il Consiglio e il Parlamento dell’UE potranno approvare l’accordo per l’uscita del Regno Unito. Se non lo dovessero fare, si prospettano due eventualità: 1) la Gran Bretagna cesserà immediatamente di essere membro, trovandosi così senza un nuovo accordo che ne tuteli gli interessi economici; 2) se tutti gli altri 27 membri lo richiederanno, sarà concesso più tempo per arrivare a un accordo condiviso.

LE CONSEGUENZE

brexit-leave-remain-percentualeLe conseguenze della Brexit sono per ora solo ipotizzabili perché, come si è detto, ci vorranno anni per completare l’uscita dall’UE e tra Bruxelles e Londra dovranno essere definite nuove relazioni economiche e diplomatiche: accordi commerciali, accesso al mercato unico europeo e norme di conformità dei prodotti, libera circolazione delle persone ed Erasmus, permessi di soggiorno, programmi di ricerca… Grazie al principio di libera circolazione delle persone, negli anni si sono verificati importanti flussi di scambio con tutti i Paesi membri: per esempio, circa 600.000 italiani vivono e lavorano in Gran Bretagna e almeno 20.000 cittadini britannici fanno altrettanto in Italia.
In pratica, si suppone che i nuovi rapporti tra UE e Regno Unito potrebbero essere simili a quelli intrattenuti dall’Unione con i Paesi EFTA (Norvegia, Islanda, Liechtenstein), che aderiscono allo Spazio Economico Europeo per integrare le proprie economie con quelle comunitarie, senza però partecipare ad altri aspetti della costruzione europea.
La strategia dei sostenitori del Leave  è quella di uscire dall’UE per recuperare un completo controllo sui flussi migratori (l’obiettivo dichiarato del nuovo governo britannico è di ridurli a meno di un terzo del volume attuale nel giro di qualche anno), ma restare integrati economicamente: il mercato unico è di vitale importanza per il Regno Unito, dato che vale il 44% delle sue esportazioni di merci e il 39% di quelle di servizi (secondo un’analisi dell’Institute of Fiscal Studies, l’abbandono del mercato unico potrebbe costare all’economia britannica anche 70 miliardi di sterline, compensati solo in minima parte dagli 8 miliardi di contributi versati ogni anno all’UE).
Tuttavia, vari esponenti dell’UE hanno già fatto osservare che sarà molto difficile che il Regno Unito possa avere accesso al mercato unico europeo se non garantirà la libera circolazione delle persone.
L’Unione Europea, dal canto suo, si vede fortemente ridimensionata, almeno per quanto riguarda il peso demografico, economico e di influenza politica nel mondo: il 13% dei cittadini comunitari risiede nel Regno Unito e l’economia britannica rappresenta il 17% di quella dell’UE.
Inoltre, in molti Paesi membri l’esito del referendum britannico alimenterà l’azione di partiti e movimenti che propugnano l’uscita dall’Unione. Tuttavia, questi avvenimenti potrebbero costituire lo stimolo o l’occasione per intraprendere un percorso più coerente con l’obiettivo dell’unificazione politica oltre che economica. Ma anche in questo caso, bisognerà attendere qualche anno per comprendere l’evoluzione reale della costruzione comunitaria.
Invece, per quanto riguarda la politica interna del Regno Unito, alcune conseguenze si sono già verificate, come il cambio di leadership del partito conservatore, che al momento guida il governo con Theresa May, e il dibattito sempre più lacerante all’interno di quello laburista. Inoltre, nel referendum il Paese si è spaccato in due: il Leave ha vinto in Galles e in Inghilterra (ma non a Londra), mentre il Remain ha vinto nettamente in Scozia e in Irlanda del Nord. Ciò potrebbe accelerare la separazione delle due regioni pro-Remain e la fine del Regno Unito. Ma con prospettive diverse: la Scozia dovrebbe sottoporsi al processo di adesione all’UE, che richiede anni, mentre l’Irlanda del Nord potrebbe riunificarsi alla Repubblica d’Irlanda (Eire), rientrando così automaticamente nell’Unione.
Dopo il voto le tensioni interne non si sono smorzate. In alcuni sobborghi della capitale la forte presenza di polacchi (che costituiscono la più folta comunità di immigrati in Gran Bretagna, con oltre 800.000 unità) viene avversata dalla popolazione di origine britannica, e l’uccisione di un giovane immigrato avvenuta nell’Essex il 27 agosto ha provocato dimostrazioni e le ferme rimostranze da parte delle autorità polacche e il ministro degli esteri inglese ha dovuto adoperarsi per evitare una pericolosa escalation della tensione tra i due stati. Nel frattempo si moltiplicano anche le dimostrazioni di piazza per invocare un ripensamento o una marcia indietro rispetto ai risultati delle urne; nonostante le difficoltà, il governo di Theresa May non ha intenzione di disattendere il referendum.

> Per saperne di più è possibile approfondire questi argomenti collegandosi ai seguenti siti:
www.lastampa.it/cultura/scuola/e20
www.economist.com/Brexit
www.treccani.it/magazine/geopolitica
www.affarinternazionali.it

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