L’esperienza dei luoghi dell’incontro in un testo di Alex Corlazzoli

01/02/2018

Un testo di Alex Corlazzoli, maestro, giornalista e scrittore, interpreta il tema del concorso “Fotografi di classe” 2018. L’autore propone ricordi personali e suggestive riflessioni – da leggere e condividere in classe – sugli spazi della socialità e del dialogo nell’Italia di oggi. Il concorso è promosso dall’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG), in collaborazione con De Agostini Scuola e con la Fondazione Italia Patria della Bellezza.

Il concorso è aperto alle scuole di ogni ordine e grado. Il regolamento e la modulistica per la partecipazione sono sul sito  www.aiig.it. È possibile inviare le immagini fino al 20 aprile 2018.

 

C’è un “luogo” che è scomparso. Bisogna essere dei bambini per accorgersi che questo posto non c’è più. Era un “luogo” dove ci si incontrava anche solo per qualche minuto. Attimi in cui confidarsi, guardarsi negli occhi, fare insieme un’azione. Quando eri stanco, quando l’attenzione calava, quando il corpo faceva sentire in ogni sua parte la voglia di fuggire da una scomoda sedia di legno ci si trovava in quel “luogo”: il cestino in classe.
Per anni i bambini di ogni scuola, di ogni classe, si incontravano lì. Prendevano la scusa di temperare la matita, il pastello per incontrarsi. Era la “piazza” della classe: uno spazio dove la maestra era esclusa, dove si usava un solo linguaggio, dove si stava insieme per minuti che sembravano “eterni” perché rappresentavano una fuga dal mondo. Andare a quel “cestino” era fare un viaggio, uscire dalla individualità del banco e ritrovare un “noi”, conquistato con una scelta apparentemente banale.
Ad un certo punto gli insegnanti hanno abolito questo rito introducendo il temperino a botte. Addio alla “piazza” attorno al cestino, alle chiacchierate mentre si temperava la matita. Quel gesto è il simbolo dei luoghi sottratti ai ragazzi. Abbiamo bisogno di riconquistarli, di riappropriarci di quegli spazi che ci permettono di ritrovarci con la nostra identità, con il nostro linguaggio. Se ci pensate bene spesso i luoghi hanno una connotazione legata all’età delle persone: non troverete mai dei ragazzi in un campo da bocce. Eppure dobbiamo giocarci una sfida: riconquistare gli spazi informali di aggregazione.
Il primo anno d’insegnamento, suonata l’ultima campanella, una volta accompagnati i bambini fuori dalla scuola, mi fermavo su una panchina a parlare con gli anziani del paese: in quel momento, quella panchina diventa uno di quegli spazi di aggregazione informale dove si celebrava un rito quotidiano, un incontro, una “celebrazione” della parola. Dobbiamo ripartire da qui. Nelle nostre scuole, nelle nostre città spesso ci sono luoghi che non vengono riconosciuti, a cui non viene dato un “nome” e un “cognome”. Eppure tutti noi abbiamo bisogno di ritrovarci, di aggregarci, di guardarci negli occhi. In un momento in cui i social network hanno dato spazio all’incontro virtuale deve restare “erotico” l’incrocio degli sguardi, il darsi la mano, il ri-conoscersi in uno spazio dove c’è modo di stare ancora gomito a gomito. Sogno una scuola che sappia prima di tutto dare valore al suo spazio, alla sua aula, al cestino. Non mi interessa una scuola realizzata con i criteri ecologici se poi non sa riconoscere la necessità di chi la frequenta di avere un luogo dove poter trascorrere del tempo a leggere, a giocare a carte, a parlare, a stare in silenzio.
Nei mesi scorsi ho visitato una scuola secondaria in Svizzera: oltre alle aule, ad una mensa, ad una “piazza”, c’era una ludoteca dove i ragazzi potevano veramente stare insieme di là del tempo studio. Chi progetta le nostre scuole ma anche chi si occupa di riqualificarle, deve ripartire dall’idea di ridare dignità alla parola. Abbiamo veramente bisogno di aule che siano aperte al mondo, di scuole che sanno tenere le finestre spalancate sulla realtà che le circonda. Pensiamo anche alla città. Ne I Ragazzi della via Pál, il romanzo di Ferenc Molnár, si denuncia la progressiva scomparsa degli spazi di gioco nelle città in via di industrializzazione e la difficoltà dei ragazzi di trovare il proprio spazio negli interstizi cittadini, normati e sempre più capillarmente controllati dagli adulti. La segheria di via Pál e l’orto botanico, i rifugi delle due bande, diventano sempre più inospitali per i ragazzi a causa di una progressiva colonizzazione dei grandi. Ciò che cerchiamo e che cercano quei ragazzi è uno spazio dove seminare un sogno. Non so se avete mai ascoltato la canzone di Niccolò Fabi Ha perso la città. Ecco una parte del testo:

Hanno vinto le catene dei negozi
Le insegne luminose sui tetti dei palazzi
Le luci lampeggianti dei semafori di notte
I bar che aprono alle sette
Hanno vinto i ristoranti giapponesi
Che poi sono cinesi anche se il cibo è giapponese
I locali modaioli, frequentati solamente da bellezze tutte uguali
Le montagne d’immondizia, gli orizzonti verticali
Le giornate a targhe alterne e le polveri sottili
Hanno vinto le filiali delle banche, hanno perso i calzolai
E ha perso la città, ha perso un sogno
Abbiamo perso il fiato per parlarci
Ha perso la città, ha perso la comunità
Abbiamo perso la voglia di aiutarci.

Ecco, a noi spetta riconquistare gli spazi per continuare a parlarci.

Alex Corlazzoli

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