La mela insana

19/01/2015

di Giordano Golinelli, ACRA-CCS

«Puoi contare quanti semi ci sono in una mela,
non quante mele ci sono in un seme»
(Ken Kesey)

Quando la melanzana arrivò nell’Europa mediterranea non fu benaccetta. Medici e dietisti, per le più svariate ragioni, le avevano già affibbiato poteri nocivi per la salute fisica e mentale, arrivando perfino a dire che mangiarle per un certo periodo potesse provocare pazzia (insania), ma anche lebbra, cancro, cefalea e “umori melanconici”. Da qui l’origine del curioso nome (mela non sana) che tutti noi oggi pronunciamo, spesso con una certa acquolina alla bocca.
Oggi sappiamo che la melanzana è un ottimo ingrediente per tante ricette, che va evitato il consumo a crudo crudo e che non tutti possono mangiarlo con la stessa disinvoltura (a causa della discreta presenza nella buccia di una sostanza, la solanina, mediamente indigesta nell’uomo). Lo sappiamo grazie alla scienza, certo, ma anche grazie alla sapienza popolare. I contadini hanno capito che la “mela insana” aveva alcune caratteristiche straordinarie (produttive, nutrizionali), così hanno iniziato a coltivarla e a selezionare varietà di qualità sempre migliore. Grazie al lavoro di generazioni di agricoltori oggi possiamo gustare innumerevoli tipi di melanzana: lunga, tonda, nana, rossa, larga, precoce, bianca, ovale, violetta…

La storia degli infiniti tentativi, delle approssimazioni finalizzate alla produzione di varianti di melanzana interessanti per l’uomo (selezione artificiale) ci riporta alla straordinaria varietà di specie prodotte dalla selezione naturale, con processi attivi da milioni di anni.

Ecco che cos’è in fondo la biodiversità. Una straordinaria ricchezza di specie e di varianti; e gli uomini hanno fatto parte della storia evolutiva delle specie, non solo imparando a sfruttare a proprio vantaggio questa ricchezza, ma anche influenzando lo sviluppo di nuove varianti.

Proteggere la biodiversità agricola non può consistere solo nel “congelare” la situazione attuale per paura che si perda la ricchezza che il mondo ha accumulato in millenni.

Significa proteggere quei processi di selezione naturale che la natura è ini grado di portare avanti da sola, preservando gli ambienti naturali e lasciando che l’incessante lavoro di adattamento e selezione continui.

Significa anche salvaguardare i semi di oggi e quelli di domani, le cui caratteristiche potrebbero risultare più adatte per esempio, a un clima che cambia, o le cui proprietà potranno essere sfruttate dall’uomo in modo utile (per es. per estrarre nuove sostanze).

Per far questo bisogna lasciare che la natura continui il suo lavoro, sostenendo l’esistenza e la nascita di aree protette e incentivando un’agricoltura di piccola scala, intimamente legata al territorio, capace di sperimentare e selezionare continuamente, con un impatto sostenibile dagli ecosistemi.

Si parla così di “biodiversità coltivata”: intorno a essa è cresciuto un forte interesse  internazionale soprattutto sui temi di un’agricoltura sostenibile.  Questa contrappone le proprie ragioni a quelle dell’agro-industria su vasta scala, dove l’omologazione dei prodotti, la prevedibilità e il  controllo del processo produttivo sono capisaldi.

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