Regno Unito: l’uscita dalla UE sarà “dura”

07/02/2017

A cura di Stefano Bianchi

Il termine entro il quale il Regno Unito deve dare inizio alle procedure di uscita dalla UE (“Brexit”), secondo l’art. 50 del Trattato istitutivo dell’Unione, si sta avvicinando: è il marzo 2017. Dopo il referendum consultivo che ha visto vincere i sostenitori del leave, molti pensavano che in qualche modo il governo britannico avrebbe cercato di rendere la separazione meno traumatica possibile. Venivano ipotizzate soluzioni di compromesso, per non far perdere al Paese i vantaggi derivanti dalla partecipazione al mercato unico europeo: soprattutto per quanto riguarda il settore finanziario, del quale Londra è uno dei nodi globali. Le maggiori imprese del settore hanno qui sedi e uffici da cui “governano” i flussi finanziari che riguardano tutti i Paesi della UE, nei quali possono operare liberamente grazie all’appartenenza al mercato unico e in base al sistema del cosiddetto “passaporto europeo”. Secondo la normativa comunitaria le imprese di uno Stato possono prestare i loro servizi in un altro Stato membro oppure stabilirvisi con una semplice autorizzazione dell’autorità competente dello Stato d’origine (“home country control principle”), mentre le autorità dello Stato di destinazione vengono soltanto informate dell’inizio dell’attività del soggetto estero.
Lo scenario più realistico che sembrava profilarsi, era quello di equiparare il Regno Unito a Paesi come Norvegia e Svizzera, che non aderiscono all’UE, ma sono dentro il mercato unico in forme e modi diversi. Tuttavia, la condizione posta dalla UE per far parte del mercato unico è quella di accettare alcuni limiti alla sovranità nazionale, sia in campo commerciale e finanziario, sia soprattutto per quanto riguarda la libera circolazione delle persone.

Il piano del governo britannico per la “Brexit”

Dato che la principale ragione del successo popolare del leave è stata probabilmente la promessa di poter gestire in modo autonomo i flussi di immigrazione, lo scenario “soft” si è rivelato illusorio. A metà gennaio 2017 il governo britannico ha infatti presentato il suo piano per la “Brexit”: il Regno Unito intende uscire in modo netto dalla UE, senza compromessi, in modo veloce (entro due anni al massimo, in modo da esserne fuori prima delle prossime elezioni europee, previste per il 2019).
Secondo il piano presentato da Theresa May, premier del governo, il nuovo orizzonte del Regno Unito è quello di una “Global Britain”, indipendente e sovrana, che competerà duramente con gli altri Paesi:

  • avrà mano libera nel fissare le politiche commerciali (al massimo potrebbe restare dentro l’Unione doganale europea, ma solo a certe condizioni) e fiscali (potrebbe offrire a imprese, industriali e finanziarie multinazionali consistenti sconti sulle tasse, a patto che restino nel Regno Unito);
  • potrà dettare le regole per la vigilanza su banche e strutture finanziarie;
  • non dovrà più sottomettersi alla giurisdizione della Corte di Giustizia europea;
  • potrà scegliere quali e quanti immigrati accogliere, dicendo sì a quelli istruiti e ricchi di talento (uno dei punti del piano prevede misure per consentire la permanenza ai circa tre milioni di europei che risiedono in Gran Bretagna) e no a quelli poveri e poco istruiti.

Infine, al posto dei grandi accordi commerciali multilaterali, il Regno Unito preferirà firmare accordi bilaterali con i diversi Paesi, esattamente come si preparano a fare gli USA dell’amministrazione Trump (la rinnovata convergenza politica tra USA e Regno Unito darebbe vita, secondo alcuni, a “un’anglosfera del secondo millennio”, anche se poi il parziale protezionismo promesso dal neopresidente degli Stati Uniti non coincide proprio con il liberismo del Regno Unito).
Nel suo piano, il governo britannico ha aggiunto altri due elementi importanti:

  • il processo di uscita dalla UE dovrà essere condiviso da tutte le realtà territoriali, quindi anche da quelle poco favorevoli alla “Brexit” perché perderanno i sostanziosi contributi per lo sviluppo economico garantiti dalla UE alle regioni svantaggiate, come la Scozia e l’Irlanda del Nord (qui tra l’altro si creerebbe l’unico confine terrestre tra Regno Unito e Unione Europea, ma è un confine che i nordirlandesi cattolici respingono con forza, tant’è che viene già prospettata la richiesta di indire un referendum per unire le due parti dell’isola);
  • l’accordo che verrà raggiunto con la UE dovrà essere poi approvato dal Parlamento (e in teoria questo potrebbe respingerlo, lasciando tutto com’è…).

La strada imboccata dal governo di Theresa May non dovrebbe essere messa in discussione dalla Corte Suprema di Londra, la quale ha deciso che l’avvio dei negoziati per la “Brexit” dipende da un voto del Parlamento britannico (nel contempo la Corte ha escluso anche qualunque potere di veto sulla questione da parte delle assemblee di Scozia, Galles e Irlanda del Nord). Secondo il governo, infatti, il Parlamento non potrà certo mettere in discussione la “Brexit”, ma solo autorizzare l’avvio del negoziato.

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